Pisky e Turco in Belgio (2004)
Il 4 agosto 2004 il Pisky ed io (Turco) siamo partiti per il Belgio. L'intento era di passare una settimana nel Paese mitteleuropeo esclusivamente per farci una cultura sulla fantastica birra del luogo. Da Internet avevamo stampato una lista dei posti più importanti da visitare (in ottica birraria, ovviamente) e altre dritte ci erano pervenute grazie al Colonna e a Giulio. Il viaggio sarebbe stato compiuto in aereo e lì ci saremmo mossi con i mezzi pubblici e con l'immancabile autostop. Prima di partire avevamo prenotato all'ostello Van Gogh di Bruxelles, dove avremmo soggiornato.
GIORNO 1: Arrivo a Bruxelles
La partenza era fissata per le 20,30 da Ciampino e il volo fu piuttosto rapido, cosa non male visto che le hostess erano mediamente cozze. Arrivammo a Charleroi alle 22,30 e da lì prendemmo un pullman che ci portò a Bruxelles in tre quarti d'ora. Avevamo in mente di passare la prima notte in giro per la capitale belga, aspettando il mattino successivo quando avremmo potuto registrarci all'ostello. Il pullman ci lasciò alla stazione sud della città (Gare du Midi) e in poco tempo raggiungemmo a piedi il centro con la splendida Grand Place.
A quel punto pensavamo di buttarci in qualche posto a bere birra fino all'alba, ma con immensa sorpresa scoprimmo che quasi tutti i locali erano chiusi. Decidemmo allora di dedicarci a un giro turistico della città, ma alle due di notte Bruxelles era già così vuota che perdemmo ogni entusiasmo nel continuare la veglia. A quel punto l'unica preoccupazione era trovare un luogo dove poter dormire indisturbati. Alla fine la scelta cadde sul piazzale antistante la cattedrale. Facile immaginare che chiunque ci avesse visto ci avrebbe scambiato per barboni, ma tanto non passava nessuno e quindi non c'era problema.
GIORNO 2: Visita a Cantillon e giro di Bruxelles
Passata malamente la notte a causa del forte vento, con le prime luci dell'alba ci dirigemmo verso l'ostello. Ci registrammo e salimmo in camera, che era per quattro persone. Solo uno dei due restanti letti era rifatto, anche se il suo occupante non c'era. Deducemmo però che doveva essere cinese, visto la robba che aveva lasciato nell'armadio. Ci sistemammo e ci riposammo finalmente un po' in modo decente. Al nostro risveglio eravamo pronti per andare a mangiare qualcosa del luogo, scoprendo tuttavia la predilezione degli abitanti per tutte quelle salsine piccanti e cipollate tipiche dei piatti tedeschi. Concluso il pranzo, eravamo finalmente pronti per iniziare il nostro tour delle birre!
La nostra prima tappa fu alla mitica Cantillon, unica fabbrica artigianale che produce la birra a fermentazione spontanea ancora come una volta. Il prodotto di questo luogo è il Lambic, una birra estremamente acida che si può bere così o utilizzarla per la creazione di derivati, come la Gueuze (con Lambic invecchiate di uno, due e tre anni), la Kriek (con aggiunta di frutta), la Faro (con aggiunta di zucchero candito) e così via. Anche i derivati si caratterizzano comunque per una forte componente acida.
Dopo un rapido sopralluogo, iniziammo il nostro giro culturale tra le stanze di fabbricazione. Superati il recipiente delle materie, i bollitori e la macina, arrivammo alla soffitta dei grani. Qui il Pisky trovò una macchina per l'imbottigliamento e decise di offrire una dimostrazione del suo funzionamento (in una delle foto qui presenti). Da notare la perfetta tecnica nella postura del corpo. Io invece rimasi affascinato dalle tante botti accatastate in fondo alla sala e provai di persona la capienza di una di esse. Il tour culturale iniziava a farsi davvero interessante e la possibilità di toccare con mano i macchinari di produzione era assolutamente esaltante.
Certo che quella sala era piena di chicche fantastiche. Un'altra era rappresentata da un carretto che si utilizzava per trasportare il luppolo. Ecco che il Pisky qui a destra dimostra di essere pronto a sudare sangue pur di partecipare in prima persona alla produzione di birra di Cantillon! Superato il locale di refrigerazione (forse il più importante di tutta la fabbrica) con il suo immenso recipiente in rame, arrivammo alla stanza di maturazione dove c'era un'infinità di botti. Il nostro entusiasmo cresceva sempre di più alla visione di quello spettacolo. Dopo esserci persi intenzionalmente in un locale che non c'entrava niente col giro culturale, passammo per la sala dell'imbottigliamento e terminammo con le cantine, dove erano presenti migliaia di bottiglie piene di birra. Infine tornammo all'ingresso della fabbrica e ci preparammo alla fantastica degustazione finale (ottimo esempio di come è utile tradurre la teoria in pratica).
La signora ci versò due bicchieri di Gueuze e noi prendemmo posto nella sala di degustazione. Il primo impatto con un prodotto così particolare ci lasciò inevitabilmente perplessi: stavamo bevendo qualcosa ben lontano dalla birra comunemente conosciuta, con una forte componente acida che quasi rendeva imbevibili i primi sorsi. Ciononostante eravamo estremamente soddisfatti di essere entrati in contatto con questa nuova realtà birraria, come d'altra parte i nostri visi giocondi ben dimostrano in una foto qui a destra (scattata da un bambino ubriaco in visita con i genitori).
Conclusa la gueuze fu il momento della seconda degustazione, che stavolta interessò una Kriek (lambic ciliege) e una Rosé de Gambrinus (lambic lamponi). Il sapore era ovviamente qualcosa di particolarissimo, con delle punte dolci per le ciliege e amare per i lamponi a contrastare l'acido della lambic. Conclusa anche la seconda degustazione salutammo i proprietari e tornammo all'ostello in una mezz'ora di passeggiata. Non mi ricordo dove cenammo, ma verso le nove e mezzo eravamo nel bar dell'ostello, che con nostra sorpresa era fornito di alcune birre d'abbazia. Prendemmo una Orval e una Rochefort, e a seguire una blanche commerciale di merda.
A quel punto iniziammo a fare due chiacchiere con il tipo al bancone. Rise e si fomentò quando gli dicemmo che eravamo in Belgio solo per le birre, al punto che iniziò a segnalarci alcuni posti dove bere bene. Dopo poco si infilò nella discussione un suo collega più anziano, che ci disse di lasciar perdere quei posti e di andare direttamente al pub Corbeau. Lì era possibile prendere uno "Chevalier": non capimmo cos'era, ma fece con le mani il gesto di qualcosa di alto e quindi imitò un ubriaco. Ci fidammo e iniziammo a vagare per Bruxelles alla ricerca del locale. Dopo un'ora a piedi tra mignotte e papponi, raggiungemmo il posto: era vuoto e non molto accogliente. Il menu riportava prezzi abnormi (comparabili a quelli italiani), ma era citato quel fantomatico chevalier.
Ad un altro tavolo avevano questo alto bicchiere dalla forma molto strana, simile a quello della Kwak. Le dimensioni erano discrete, ma niente di impressionante, tanto che eravamo certi che si trattasse del mini-chevalier. Così chiedemmo dei mini-chevalier e ci portarono dei bicchieri molto più piccoli delle previsioni. Incazzati e stanchi per il viaggio, rimanemmo avviliti di fronte alle birre (una Chimay Bleu e una Bush Ambreé), maledicendo quell'incompetente del barman dell'ostello. La nostra prima giornata si concluse così in modo deprimente.
GIORNO 3: Gent e Bruges
La mattina successiva ci alzammo verso le dieci e scoprimmo che il cinese che avevamo in camera non era cinese, bensì qualcosa di simile a un francese. Dopo un veloce briefing, iniziammo a girare per Bruxelles alla ricerca di nuovi posti, ma ben presto ci accorgemmo che l'immobilismo notturno della capitale si era esteso anche alle ore mattutine, poiché in giro c'era pochissima gente e i negozi erano tutti chiusi. Irritati dalla situazione, decidemmo di cambiare aria e di prendere il primo treno per Bruges, dove erano segnalati un paio di locali interessanti. Durante il viaggio ci accorgemmo che il treno si sarebbe fermato anche a Gent, città a metà strada tra le due, per la quale avevamo un'ulteriore segnalazione. Chiedemmo a una patata se, con il biglietto speciale acquistato, potevamo scendere e poi prendere successivamente un altro treno per Bruges. Lei rispose affermativamente e noi ci fidammo, nonostante un vecchio decrepito si inserì nella discussione sconsigliandoci quell'idea.
Gent ci sorprese per la sua bellezza: cittadina tranquilla ma molto accogliente, centro veramente spettacolare e uso spropositato delle biciclette. Dopo una passeggiata di oltre mezz'ora raggiungemmo il castello della città. Vicino al castello c'era la nostra meta: l'Het Waterhuis Aan De Bierkant. Si trattava di un caffè piuttosto turistico ma davvero ben fornito, posto proprio sopra uno dei canali della città. Dopo aver apprezzato le qualità estetiche della cameriera, ci prendemmo una Chimay Tripel e una Westmalle Dubbel e a seguire una Biere de Miel della Dupont.
Esaltati da Gent e dal locale, tornammo alla stazione dove salimmo sul primo treno per Bruges. In poco tempo raggiungemmo la nostra nuova meta, che tutti ci avevano indicato come la città più bella del Belgio. Fu probabilmente a causa del fatto che girammo solo per cercare birra che a noi non sembrò niente di eccezionale. Dopo aver sbagliato la fermata dell'autobus, finalmente arrivammo alla prima locanda: il Brugs Beertje. Si trattava di un luogo caldo ed estremamente accogliente, dove poter scegliere la propria birra tra le oltre 200 presenti nel menu. Rimanemmo lì qualche ora, bevendo Brugge Tripel, Dikke Mathile, Achel, Rochefort, Abbaye de Rocs e Montagnarde. Passammo tutto il pomeriggio così, estasiati dall'atmosfera compassata del luogo, dove si ritrovavano persone di tutte le età per due chiacchiere o una partita a carte di fronte ad una birra.
Verso le sette ce ne andammo soddisfatti e decidemmo di fare un giro turistico della città in attesa che aprisse il locale successivo. Tuttavia l'alcool nel sangue cominciava a far sentire i suoi effetti e la stanchezza si fuse con una leggera ubriacatura, portando a conseguenze facilmente immaginabili. Fu allora che mi feci fotografare dal Pisky sdraiato su una delle piazze della città, con in mano il foglio della lista dei locali del Belgio (foto a sinistra).
Nel frattempo ci accorgemmo che era ormai giunta l'ora di visitare la nostra ultima destinazione a Bruges: l'Erasmus. Si trattava di un hotel, fornito di un bar ad accesso libero con un'ottima varietà di birre. Un vecchio cameriere ci portò inizialmente due kriek (una Echt e una commercialissima Liefmans) e a seguire una Keyte (che, per quello che riuscimmo a capire, è una birra di commemorazione per la liberazione del belgio dagli spagnoli) e una Moinette Blond. Dopo questa giornata distruttiva tornammo a Bruxelles, dove trovai un nuovo inquilino di stanza addormentato nel mio letto. Lo svegliammo e gli spiegai la situazione, ma alla fine mi accontentai della branda restante.
GIORNO 4: Anversa
Il quarto giorno di vacanza cominciò con il nostro tentativo di visitare qualcuno dei locali segnalati a Bruxelles. Dopo aver scoperto che il vicino Bier Circus era chiuso e che lo Spinnekopke avrebbe aperto solo alle sei di sera, il veleno verso la capitale belga crebbe in noi in maniera esponenziale. Ormai scoraggiati, ci prendemmo un po' di birre in bottiglia: Tripel Karmeliet, Rochefort 10, Chimay rossa e Westmalle. Purtroppo ancora non avevamo inculato dei bicchieri, così bere dalle bottiglie risultò un'operazione parecchio frustrante. Nel momento di maggiore depressione decidemmo di dare una sferzata a quella situazione ristagnante e prendemmo il primo treno per Anversa.
Anversa ci apparve come una città ben diversa dalle altre: molto meno pittoresca, ma con un aspetto più da metropoli. Dopo una mezz'ora a piedi, raggiungemmo l'unica nostra meta ad Anversa: il Kulminator. Questo locale ci affascinò subito per la sua atmosfera rilassata e cordiale. Fantastica la pianta di luppolo presente in un angolo. Perdemmo un quarto d'ora per studiare a fondo il menu composto da più di 500 birre, finché non scegliemmo una Kasteel Brune e una Westvleteren Gele Stop. Ovviamente non potevamo fermarci lì, ed ecco che successivamente puntammo su una La Chouffe alla spina e una Blanche des Honnelles.
Fomentati alla grande dal luogo e giunti ormai all'ora di cena, prendemmo anche degli ottimi stuzzichini di carne (Portie Gehaktballen), che tuttavia non fermarono la nostra fame. Così decidemmo di cercare un posto dove mangiare e di tornare successivamente per altre bevute. Prima però non potemmo esimerci dal degustare una Kasteel Blonde e una Guinness (entrambe alla spina). Salutammo i simpatici gestori e chiedemmo alla graziosa cameriera del locale accanto indicazioni per il più vicino McDonald's.
Riempiti i nostri stomaci con il discutibile cibo yankee (ma d'altra parte è l'unico economicamente accessibile in Belgio), tornammo al Kulminator. A quel punto decidemmo di puntare su birre d'annata: prima una Chimay Grand Reserve del 2001 e poi una favolosa Gueuze Hanssens del 2000. Tra una foto al gatto del locale e una lettura dei quotidiani sportivi belgi, si fece una certa ora. Soddisfatti della nostra visita al locale, pensammo che fosse arrivata l'ora di tornare a Bruxelles. Ringraziammo i gestori per l'ospitalità e chiedemmo loro una foto ricordo della serata (a destra). Il marito corse velocemente dietro il bancone per farsi immortalare col suo immancabile bicchiere di birra.
L'entusiasmo per la gita ad Anversa si tramutò velocemente in livore non appena scoprimmo che la stazione era incredibilmente chiusa (l'ultimo treno partiva a mezzanotte). Bloccati a quel punto nella città belga, non ci rimase altro che farci forza e ricorrere all'ultima risorsa: l'autostop. Nonostante una camminata estenuante, trovammo subito un passaggio da parte di un uomo con parenti a Bologna, che ci lasciò a un distributore sulla superstrada per Bruxelles. Lì cominciammo a chiedere passaggi a coloro che si fermavano, mentre iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia. Un idiota si chiuse in macchina con la ragazza quando ci avvicinammo per parlare, ma una coppia loro amica si mostrò al contrario disponibile a portarci a casa. I due giovani erano molto simpatici (soprattutto la ragazza) e il viaggio di ritorno fu parecchio divertente. I due ci lasciarono a cento metri dall'ostello. Salimmo in camera soddisfatti per essere riusciti a tornare in modo abbastanza agevole.
GIORNO 5: Berseel
Il giorno successivo ci alzammo con l'intenzione di andare a Beersel, un piccolo centro nell'hinterland di Bruxelles, dove era segnalato un luogo molto interessante. Evitammo di cercare dei locali a Bruxelles: già erano spesso chiusi durante la settimana, figurarsi la domenica. La nostra idea era di prendere in affitto due biciclette all'ostello e di percorrere il tragitto in quel modo. Tuttavia il pischello alla reception non solo ci sconsigliò dal farlo, ma addirittura si domandò perché volevamo uscire dalla capitale con tanti bei posti dove bere. Ce ne suggerì un paio, ma noi, ancora scottati dal locale del barista, non lo assecondammo. Alla fine però rinunciammo a prendere le bici e ce ne pentimmo amaramente: passammo tutta la mattina a cambiare ed aspettare decine di bus solo per arrivare a 20 km da Bruxelles.
Quando fummo a Beersel era ormai passata l'ora di pranzo. La nostra meta era il bar/ristorante Drie Fonteinen, un luogo molto piacevole con produzione propria di birre. Ci sedemmo all'aperto e chiedemmo subito un lambic e un faro della casa. Poi, piuttosto affamati, ordinammo anche un'insalata di pancetta e mele con aceto di lambic e formaggio di gueuze: un piatto davvero prelibato e di classe.
Anche se era ancora primo pomeriggio, il locale cominciava a riempirsi e per le due cameriere Miss Pony e Suor Maria diventò difficile gestire tutti i tavoli. Quello vicino al nostro si popolò di un vecchio e tre donne logorroiche. Una di loro aveva dei peli sulle gambe simili a tronchi di baobab, mentre un'altra ci spiegò che erano un gruppo turistico in biciletta. Nel frattempo arrivarono altre due birre: una gueuze e una faro di produzione propria. Mentre una terza cameriera si eccitò dopo aver chiuso una vespa in una bottiglia, puntammo sulle birre non acide della casa: una Beersel Blonde e una Beersel Bio. Il gruppo di ciclisti se ne andò e poco dopo fu rimpiazzato da una famigliola composta da padre, madre porca (detta signora Mazzantini), figlia e nonna.
Ovviamente le ore passavano e noi eravamo costretti ad occupare il tempo continuando a bere. Stavolta ci orientammo verso qualcosa di diverso, chiedendo una Rodenbach e un'ottima Martin's Pale Ale. La Signora Mazzantini cercò di evirare il Pisky lanciando un coltello e nel raccoglierlo mostrò le sue vergogne. Io comunicai al Pisky che la donna portava le mutande celesti, ma al tavolo probabilmente intesero qualcosa, visto che ci lanciarono occhiatacce accusatorie. Per festeggiare prendemmo le ultime due birre: ancora un lambic e un faro. Quando decidemmo di andarcene era quasi ora di cena. Il Pisky si alzò e la vecchia al tavolo gli disse qualcosa tipo: "Ah, e non ti gira la testa?". Burlandoci di quelle parole, ci dirigemmo verso la superstrada per Bruxelles, con l'intento di chiedere un passaggio in autostop.
Tra polacchi canzonieri e mucche del luogo, ci si caricò un simpatico marocchino. Rischiammo il botto diverse volte e parlammo tutto il tempo in francese. Alla fine ci portò vicino all'ostello, non prima però di averci mostrato lo stadio Heysel e il monumento con le palle. La sera in ostello ci prendemmo altre due birre e ci inculammo i bicchieri.
GIORNO 6: Bruxelles
L'ultimo giorno di vacanza finalmente riuscimmo a visitare qualche locale di Bruxelles. La mattina ci alzammo alquanto storditi e il nuovo compagno di stanza americano ci riferì che durante la notte era andato a fuoco uno degli edifici dell'ostello, con conseguente arrivo di camion dei pompieri. Noi, provati dalla situazione alcolica, non ci eravamo accorti di niente, anche se poi si venne a sapere che l'incendio aveva riguardato solo un'automobile parcheggiata lì sotto. Recuperate le forze decidemmo di andare al bar Zageman, ma, inutile dirlo, lo trovammo chiuso. Quantomeno lì vicino trovammo uno zozzone da paura, che faceva dei mega panini pieni di cose commestibili, oltre alle solite salse. La signora dietro al bancone parlava italiano e questo fece guadagnare ulteriori punti al negozio. Dopo il pranzo, ci comprammo una Chimay e una Guldenberg in bottiglia, che bevemmo davanti alla Borsa di Bruxelles con i bicchieri inculati la sera prima.
Dovemmo aspettare le sei del pomeriggio per poter finalmente entrare al fantastico Bier Circus, situato non molto lontano dall'ostello. Ci prendemmo una Kwak e una Tripel Karmeliet, mentre un signore a un tavolo vicino attaccò bottone quando riconobbe che eravamo italiani. L'uomo, che si presentò come Stephen D'Arcy, ci prese in giro dicendo che sul menu mancava la Peroni. Quando gli rispondemmo che eravamo in Belgio solo per la birra, allora ci trattò con riguardo e ci comunicò di essere un grande amico del Kuaska. Poi si addormentò davanti al suo bicchiere.
Molto soddisfatti dal locale, decidemmo che era il tempo di bere qualcosa di più impegnativo e optammo per una Bruoscella Grand Cru, ovvero una lambic di Cantillon invecchiata 3 anni. Affascinati dall'affabilità del gestore, ordinammo le ultime due birre: Laterbol Brune e Quintine Blonde. Stephen ogni tanto si svegliava e ci diceva qualcosa. Durante una delle veglie più lunghe ci segnalò il Delirium Cafè, un pub al centro dove erano disponibili più di 2000 birre di tutto il mondo e che, incredibilmente, chiudeva alle 4 di notte. Capimmo che quella sarebbe stata la nostra meta serale. Salutammo e ringraziammo Stephen e il gestore, quindi ci incamminammo verso la Grand Place, ripromettendoci di tornare in futuro al Bier Circus.
Il tragitto fino al centro di Bruxelles fu parecchio movimentato. Un po' per l'alcool in corpo, un po' per concludere in bellezza l'ultimo giorno pieno di vacanza, ci scattammo qualche foto tra gli edifici importanti che incontrammo sulla strada. In una delle immagini a destra, ad esempio, siamo in posa con bicchieri e bottiglie davati al monumento ai caduti della capitale. Girammo in centro un quarto d'ora per trovare il locale, mentre dei camerieri tutt'altro che belgi ci invitavano a mangiare nei loro ristoranti. Alla fine arrivammo al Delirium Cafè, che aveva l'aspetto dei classici pub tanto diffusi in Italia. Il menu era davvero stratosferico: c'erano birre da ogni angolo del mondo, comprese le italiane Menabrea e Nostro Azzurro (Kuaska aveva raccontato di come amano storpiare il nome di quest'ultima).
In onore di Manuele, il Pisky decise di prendersi una tedesca Andechs Doppelbock. Io invece rimasi sorpreso dall'esistenza della Nounnette, una quarta birra prodotta dall'Abbazia de Rocs, tanto che decisi di provarla. Il locale non aveva certo il fascino di quelli visitati fino ad allora in Belgio, tuttavia il vastissimo menu meritava ampiamente quella nostra visita. Conclusa la prima birra cominciai ad accusare la fatica e lo stress alcolico della vacanza, cosicché decisi di fermarmi lì. Il Pisky assecondò la mia decisione e ne approfittammo per andarcene con due bei bicchieri come souvenir. Il ritorno a piedi fu massacrante, ma per fortuna stavolta le chiavi della nostra stanza non si erano smagnetizzate. Ci infilammo a letto per passare la nostra ultima notte a Bruxelles.
GIORNO 7: Ritorno a Roma
La mattina successiva la nostra prima preoccupazione fu di far entrare tutte le bottiglie e i bicchieri che avevamo conservato negli zaini, e di sistemarli affinché non si rompessero durante il viaggio. La partenza dell'aereo di ritorno era fissata per le sei e mezzo del pomeriggio, ma ovviamente dovevamo arrivare all'aeroporto con un paio di ore di anticipo. In più c'era il problema di come raggiungere Charleroi. Nonostante queste preoccupazioni, decidemmo di visitare l'ultimo locale che ci mancava: quello Zageman che avevamo trovato chiuso il giorno prima. Mangiamo un panino del solito zozzone in attesa che aprisse, quindi entrammo immediatamente. Il posto sembrava dedicato al calcio e possedeva un gusto fortemente retrò: c'erano scarpini e palloni degli anni '30, foto delle prime nazionali belghe, in vetrina un triciclo di altre epoche. Il gestore non sembrava molto affabile e non aveva la benché minima intenzione di parlare altra lingua che non fosse un francese molto stretto.
Così, un po' disorientati, chiedemmo le nostre birre. Il Pisky optò per una Charles Quint e io, appurato che le bottiglie di faro di Cantillon erano esplose, per una Kriek di merda. Il posto intanto si stava riempendo di soli over-70. tanto che ci venne il dubbio che fossero tutti vittime della sindrome Cocoon. Anche il Pisky sembrò manifestare gli stessi sintomi in una foto a destra, dove tra l'altro si può notare il particolare boccale della sua birra. Non rimanemmo molto soddisfatti dal locale, anche se assistemmo alla scena del citofono: a un vecchio accanto a noi suonò il cellulare e mentre parlava la sua interlocutrice entrò nel bar conitnuando a comunicare con il telefono. Rimanemmo esterreffatti e capimmo che forse era il momento di mettersi in viaggio per Charleroi.
Ci incamminammo con gli zaini verso la più vicina stazione della metropolitana. Nella vetrina di un negozio situato nel quartiere a luci rosse di Bruxelles trovammo un poster di Rocco Siffredi. Fare una foto al nostro eroe fu il minimo, ma subito dopo ci si avvicinò un marocchino che aveva la presunzione di affermare che il porno-attore era ungherese. Cercammo di convincerlo sull'italianità di Siffredi, ma lui insisteva e ne tramutò il passaporto in jugoslavo (doveva essere tornato indietro di almeno di dieci anni per parlare di Jugoslavia). Finita l'interessantissima discussione, raggiungemmo la Gare du Midi, dove prendemmo un bus pieno zeppo di italiani per Charleroi.
Con nostro grande rammarico scoprimmo improvvisamente che eravamo costretti a limitare al minimo i commenti a voce alta, perché non eravamo più linguisticamente immuni. All'aeroporto avevamo due preoccupazioni: il peso eccessivo dei bagagli (pieni di bottiglie) e il timore di non passare il check-in con gli zaini zeppi di bicchieri. Fortunatamente superammo i due problemi senza ostacoli. Il volo ci lasciò a Ciampino alle otto e mezzo, dove Bianca ci venne a prendere per riaccompagnarci a casa. Il bilancio della vacanza fu davvero positivo, d'altra parte abbiamo fatto il massimo considerando che non avevamo mezzi autonomi con cui spostarci. Le qualità delle birre è ovviamente fuori parametro. Pensiamo realmente di tornare presto in Belgio e di riassaporare ancora una volta quelle fantastiche produzioni birrarie.

